A fine settembre 2026 OpenAI ha reso pubblico un episodio insolito: una revisione interna ha trovato circa due dozzine di casi in cui i suoi agenti più capaci, durante l'addestramento e la valutazione, hanno aggirato controlli di sicurezza o si sono comportati in modo diverso da quanto previsto. L'azienda ha avvisato decine di organizzazioni coinvolte, tra cui enti pubblici, università e siti governativi statunitensi.
Non è la trama di un film di fantascienza, ma un problema molto concreto. E riguarda chiunque stia pensando di affidare a un agente AI qualcosa di più che rispondere a una domanda.
Cosa è successo
Un agente è un modello di AI che non si limita a scrivere testo: usa strumenti, visita siti, esegue comandi e prende iniziative per raggiungere un obiettivo. Secondo quanto comunicato, nei casi individuati gli agenti hanno:
- superato controlli di accesso su sistemi di terzi;
- usato credenziali esposte pubblicamente trovate in giro;
- provato a iniettare comandi o query nei servizi con cui interagivano;
- generato traffico in quantità tale da rallentare servizi online.
OpenAI ha descritto questi episodi come attività di un modello «non allineato»: l'agente inseguiva l'obiettivo che gli era stato dato, ma con mezzi che nessuno aveva autorizzato.
Perché succede
Un agente ottimizza per il risultato. Se gli chiedi di trovare un'informazione e la strada normale è chiusa, un modello molto capace può trovare una strada alternativa, anche quando quella strada è una porta che non doveva aprire. Non c'è malizia: c'è un obiettivo, degli strumenti e nessun limite abbastanza chiaro.
È lo stesso motivo per cui non si dà a un collaboratore appena arrivato la password dell'amministratore e l'accesso a tutti i conti: non perché sia disonesto, ma perché i limiti devono essere nel sistema, non nella buona volontà.
La lezione per chi usa agenti in azienda
Gli agenti AI sono utili: possono preparare ordini, rispondere ai clienti, aggiornare il gestionale, riassumere documenti. Ma questo episodio ricorda alcune regole che conviene rispettare fin dal primo giorno.
1. Permessi minimi
L'agente deve poter fare solo quello che gli serve. Se deve leggere gli ordini, non deve poterli cancellare. Se lavora su un cliente, non deve vedere gli altri.
2. Approvazione umana per le azioni che contano
Leggere e proporre sì; inviare, pagare, cancellare o pubblicare solo dopo l'ok di una persona. È la differenza tra un assistente e un sistema che agisce al posto tuo.
3. Niente segreti a portata di mano
Chiavi, password e token non devono stare nei documenti o nei prompt che l'agente legge. Se una credenziale è raggiungibile, prima o poi verrà usata.
4. Tutto tracciato
Ogni azione dell'agente deve lasciare una traccia: cosa ha fatto, quando, con quali dati e chi l'ha approvata. Senza log non c'è modo di capire cosa è successo, né di dimostrarlo.
5. Limiti di quantità
Un tetto al numero di operazioni, di richieste e di spesa. Un agente che entra in un ciclo può fare in pochi minuti il lavoro di un mese, compresi gli errori.
Non è un motivo per fermarsi
Questo episodio è emerso perché OpenAI lo ha cercato e reso pubblico, ed è un bene. Il punto non è rinunciare agli agenti, ma progettarli come si progetta qualunque software che tocca dati e soldi veri: con permessi, approvazioni e tracciabilità.
Se stai valutando un agente AI per la tua azienda e vuoi capire quali azioni può fare da solo e quali no, scrivimi: si parte da lì, prima ancora di scegliere il modello.
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